TartufoFiera del Tartufo
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CALESTANO

“Ben di confusa voce
Odo i certi sussurri,…”

Poesie2008

 

Calestano

Mulino

Campo Cecina 19 febbraio 1945
Fischia forte stasera
l’anima del vento sul crinale,
è freddo… e non sento più le dita
chiuse intorno alla canna del fucile:
solo questo, figliolo, solo quest’arma
e il vento mi fanno compagnia
e il buio è così fitto
che non so più se ho gli occhi
aperti o chiusi.
…………
Ho sentito un fruscio
( come un passo furtivo ) dietro me:
col cuore che impazzisce dentro il petto
tendo l’orecchio e il fiato
mi si annoda la gola.
………….
Dei nervi tesi in lama di coltello
che mi fanno
pronto a sparare a un altro uomo,
pronto a strappargli la vita
prima che lui lo faccia al posto mio…
non voglio dirti: è crudele
figlio, questa guerra,
questa follia che ci appartiene,
crudele e disperata
quando appende il tuo sorriso,
il profumo di grano di tua madre
distesa accanto a me tra le lenzuola,
il latte caldo che fuma nella tazza,
la nostra casa
e l’aia che sa di biancospino
al sussulto feroce del fucile.
……………
Scorrono
uno dopo l’altro
interminabili attimi di silenzio
e gocce di sudore,
un gomitolo freddo di paura
mi si srotola dentro: troppo silenzio
e troppo buio intorno…
……………
A chi la notte ruberà il futuro,
a chi non sarà dato di cogliere
quella luce di perla che anticipa
ogni nuovo mattino,
a chi resterà sulle labbra gelate
quel “perché” senza voce...
non so dirti, figliolo, non so neanche
se ho gli occhi aperti o chiusi
e tremo.

Egizia Malatesta


IL MIO VAGARE INFINITO
Come barca alla deriva,
ricerco te approdo sicuro
del mio sconfinato peregrinare
nei tempestosi flutti della vita.
Ricerco te nell’illusione
del mio vagare infinito.
E scrivo…
Nelle parole la mia storia è per sempre….
Uno spicchio del mio animo
a poco a poco si apre
al disperato desiderio di umani rapporti.
Più ricca e giovane per entusiasmi e progetti
con gioia interiore offro la mia parte migliore.
Timore mi prende per il tempo irridente
che inafferrabile fugge,
senza rimedio tutti leviga ciottoli di fiume
e scorre su di noi vittorioso.
Scrivo….
Nelle mie parole la mia storia è per sempre.

Vincenza Prada


IL CAMPO DI PAPAVERI
Languida la sera ci sorrideva;
moriva, tra i papaveri, il tramonto
distillando fra riverberi rossi
goccia a goccia l’ultimo caldo abbraccio.

Di corolle armonia a lambire il cielo
vibranti arpeggi fra le onde del tempo
- prodigio che sfumava lentamente -
indugiavano al confine dei sogni.

Nel tenue chiarore, ancora riflessi
infuocati avvolgevano l’anima…
e si tramutava l’essenza: noi
rossi papaveri fra i papaveri,

immersi in una folle sarabanda
con gli occhi a bere luce e colore,
- pellegrine ombre avvolte di magia -
in quell’ardente fuoco bruciavamo.

Mara Penso

L’estate dei Santi
Indora
l’estate dei Santi
nel fermo tepore dell’aria
tra il reticolo tremulo che il sole
dirama sul fondale
sul sentiero che slucciola sull’acqua
e all’orizzonte s’inabissa.

S’illumina
la nera figura di donna-
scende lenta alla riva
e curva cammina abbracciando
mare e cielo purissimi

e quando
smerigli di luce smagliati
dalla filigrana dell’oro
feriscono lo sguardo,
sul morbido giaciglio
stanca s’abbandona-

eppure
quell’aria tersa ancora le appartiene -
riempie e stringe pugni di sabbia.

E come
lucertola, al calore
del sole s’acquieta,
chiude gli occhi e sorride.



Cercando Itaca
Ulisse è in me
In me,che navigo in questo mare fondo,
che vivo il mio destino
seguendo una rotta
che non ho tracciato.

Sorda al canto delle sirene,
scenderò negli Inferi, poi,
spinta dagli Dei,
risalirò fino ad Itaca.

Itaca bianca all’orizzonte,
ombrosa d’ulivi
magnifici ed eterni,
terra del ritorno
e del perdono.

Terra mitica
Del ritorno,
sempre lontana eppur vicina,
sospirata e temuta
meta.

Ulisse è in me.

In me che navigo
Per non approdare mai
In nessun porto.

Loredana Villani




LA TUA SUBLIME NORMALITA’
Mi sorprenderai ancora qui
seduta sul cippo vestito di muschio
a parlare con gli alberi.

Così quando lo sguardo non
conoscerà più altri orizzonti,
riscoprirò quel tuo vento vespertino
nel mio respiro,
la tua luce in una notte di luna,
la tua pioggia che goccia lenta
sul cuore,
oppure nel sole che ubriaca la terra.

Forse, sarà il tempo della domanda
dai mille perché,
ma tu non mi risponderai.
Continuerò come allora a non comprendere
Il Grande Mistero e annegherò
d’aria, tanto esile e sparuta
mi troverà il facile dolore.

Non avrò più ancore sulla mia nave,
ma io sarò nelle onde tormentose,
ed in tutte le intemperie dell’anima.

Non piangermi più, Paese caro!

Potrai sempre immaginarmi nel
momento senza tempo,
costruirmi nelle ali sospese d’un alto volo,
nelle lontane radici solo a te conosciute.

Non sarai semplice custode dell’ultima dimora
perché ti offro la mia lunga ricerca
della sublime semplicità del normale.

Ma ora, lascia che il vento mi porti via,
saranno le nuvole a parlarti ancora di me.

Tu sai dove cercarmi:
ho sempre amato
la luce che tace…

SARA CALZOLARI


La Luna
Astro oscurante
celato
Di giorno in giorno
si dilegua
nello spazio e nel tempo
Piange nel vuoto
siderale

Attende
Il compimento.

Andrea Signorini


LA NONNA
Un viso pallido scavato
dai segni dell’età,
mani ruvide che hanno lavorato
senza sosta,
orecchie che hanno udito
il fragore della guerra,
occhi che hanno visto
gli orrori dell’odio.
Ma il tempo lenisce le ferite
dell’anima e fa riaffiorare
la nostalgia dell’età più bella
quando il gioco con gli amici
era il rifugio prediletto.
Irripetibili anni che
si sono sfilati davanti
come farfalle nell’aria che si oscura.

Lasagna Clara


“La luna è sempre la”
Sono lacrime di luna
le gocce di rugiada
che brillano all’alba,
scherzano con i timidi fiori
e se ne vanno
dopo aver salutato
le piante su cui hanno riposato.
La luna con le stelle
sue compagne,
osservata ogni cosa,
lascia il posto ad un pallido sole.

ALESSIA

IL VOSTRO PIANTO
Gente
di piccole strade accorate
di dolore antico
dei borghi sperduti
alle periferie del mondo
implorante
poemi di lotta dolente
scrivendo crude parole
sui duri cristalli del cielo
un tempo
all’erta tese
nell’occhio spento dell’abbaino
imbracciando il fucile, il forcone
e la vostra anima tradita
a voi il gallo ha cantato
“E’ l’ora! Sparate! Sparate forte!
Sparate tutto: la vostra rabbia
Le vostre lacrime, la vostra paura!”.
Nelle campagne
solcate, fra nebbia e prati,
di cieli assurdi, di nubi a mandrie,
di assurde anime come
viventi asfodeli muti,
ricordi ferrigni
di lotte, coltelli e sangue
bussano ancora di porta in porta
di casa in casa, di sasso in sasso.
E il vostro pianto continua:
al di là di quei muri
al di là della memoria degli uomini
al di là degli orizzonti di tutte le patrie
al di là dei segni che, alti nel cielo,
voli rilevano di musiche struggenti
lo trasporti il vento
per tutte le contrade del mondo!



LUCE DI LINFA
Stamane il rigoglio dei nostri clivi
ha brume lievi e la memoria
dei passi ha incontrato sui sentieri
scalzi – roridi d’infanzia – i perduti
incanti del sempllice vivere
tra vigne e zolle d’orti.
Nutrita d’armonia e cullata
nel sicuro grembo del bosco
struggenti resine respiro.
…E tu sei ancora lì
radiosa nel ricordo –
sussurro di brezza tra i rami,
luce di linfa viva e forte
nelle turgide foglie
del castagno più grande …..
Lo so – madre – ho tardato a venire,
a lungo ho celato la tenacia
di vita abbarbicata nelle rupi
della mia terra erta sul mare,
nei bui anfratti del cuore.
L’aspra salita d’essere
ha sofferto vertigini
aggrappate a catene
e gli orizzonti lividi dei giorni
convinti erano d’affondare.
Sulla mia scorza oggi le stimmate
di sfinite cadute,
ma ruscella negli occhi l’impeto
delle presenze nuove
e in me sempre più ti respiro, madre.
Sempre più ti somiglio,
Stamane – sai – le allodole intessevano
voli verticali e tremule trame
di cielo col tuo nome mi chiamavano.


UN ALTRO GIORNO
Grigiore indefinito dell’alba,
fuori da una notte di tormento.
Occhio di nebbia
a cercare frange rosate nel cielo.
Sola con me stessa.
Nessuno qui,
non vivo, non defunto.
Assordante silenzio
in un concerto di piccoli rumori.
Irreparabile essere al mondo,
irrimediabile dolore nel giorno che nasce.
Sole d’oro antico tra celesti amebe.
Prato luminoso di cristalli,
candore elegante di cornicioni a volute.

Inutile, casuale, stucchevole magia,
beffardo, stupendo acquerello
di tragedia incompiuta.


CALESTANO
A mezza via tra l’ubertosa piana
e le più alte cime del crinale
tra terre nostre e quelle di Toscana,
sorge l’antico borgo medievale

ch vide l’armi e l’onor dei Fieschi.
Da torno giunge intesa la fragranza
Dei circostanti boschi, ombrosi e freschi,
e’l murmure de l’acque del Baganza.

Sopra la valle ben scandisce il tempo,
di tra gli erti diavoleschi salti,
una cadenza lieve come vento

che dello scalpellìo rinnova i colpi.
Come strumento d’accompagnamento
di mille augelli ai melodiosi canti.



ROSA GIALLA
Sillabe di luce
sussurra
lieve
l’alba.
Smisurato invece
rugge
il vento.

Nell’aria tremolante
e tersa
una rosa gialla
si contorce:
è raggio d’ambra
errante
è rombo di profumo
e di velluto
è magnetica farfalla che
s’impollina
dei sogni della notte
e li rovescia
come dorata polvere
morta
nello spazio.



TU SEI IN ME (Maternità)
Forse resterà
in me
il tuo silenzio.

Forse disperderò
i tuoi colori
nell’ultimo
mio autunno.

Ma il tempo
di noi nel tempo, resterà
ghirlanda di mistero.

Non basteranno
tramonti, nuovi albori
a raccontare di te:
il mio infinito.

Ti aspetterò
Ti aspetterò
Mi troverai seduto
sull’ultimo cavallo appena nato
o sarò in piedi all’angolo di casa
a meditare squarci nella nebbia
parafrasando un vecchio ritornello
sui righi ancora bianchi del mattino
che s’alza nuovo di modulazioni.
E lì ti aspetterò.
Con la bandiera
accesa sopra l’elmo garrirò
la mia risata acidula e blasfema
all’ultimo ruggito del cannone.
Mi chiuderanno chiese e bar sarò
costretto a mendicare anche un saluto
e invano cercherò il mio nome in rosso
nelle didascalie dei rotocalchi.
Ma io ti aspetterò
schiumoso e pigro
segnando strisce brune sulla sabbia
(darò un castello a Biancaneve e un corvo
al fegato di carta dei poeti).
Mi segnerò nel nome di me stesso
per non dimenticarmi che ci sono.
Ti aspetterò
gridandoti i miei occhi
marci di vizi assurdi come il pane
che provoca la fame dei palazzi.
Sarò sereno come il mare azzurro
calmo come un uccello dentro un quadro.
Ti aspetterò
dannato nella bocca
aperta tra gli scrosci dei perché
e sarò eterno nell’attesa folle
di un’eco catturata a mani piene.


COME FALENE AI LAMPIONI
Quanto tempo perso!
Perso a cicaleggiare sotto il sole,
a volteggiare intorno ai lampioni,
a galleggiare a pelo d’acqua…..

E intanto…

L’erba ricresceva dopo ogni taglio,
si costruivano case,
si chiudevano fabbriche,
si continuava a nascere
e a morire come niente,
nei letti bianchi
o agli angoli delle strade.

Quanto tempo perso!

Quando le voci
Cominciavano a farsi sentire,
prima un brusio, poi un mugghiare violento,
quando le piazze impazzivano,
quando gli altri
rivoltavano il mondo,
dov’eri tu?

A rincorrere il vento
In una gara
Che non avresti mai
Potuto vincere.

Ad arginare il fiume impetuoso
Che ti portava via
Con scuse e bugie.

Quanto tempo perso,
coi pugni in tasca e gli occhi chiusi,
mentre là fuori
il mondo bruciava!




RIECCHEGGIANDO LEOPARDI
I
Attimo tagliente.

Mescolanze di luce, grigi stratificati.

Da uno squarcio di nube bagliori scarlatti:
un sole marcio affoga in salsedine cupa.

Quasi tensione, nell’aria impazienza,

L’attenuato incendio infiamma ansie:
timori-tremori latenti,
nel tramonto indeciso.

Radi i voli.

II

Settembre sviene, in pallori. Piove,
indifferente sudore di breve agonia.

Scroscia. Dà la mia finestra sui muri rosati
della Chiesa di San Francesco. Scivola
l’acqua a rivolo: un battere sordo, assiduo
di gocce sulle pareti. E il tetto pazienta
sotto diamanti di liquido ghiaccio,
prima del pianto di gronde a dirotto.

Automobile lenta: il faro penetrante
scava l’asfalto, lucido come specchio.

Riflessi di vetro, raggi rifratti
di luci al neon: atmosfera bianca.

Nell’alto, incredulo un manto rosso.

Verde/marrone d’alberi, luna dispersa.

Spiove. S’alza la brezza. Un colombo torna
amoroso alla crepa insicura di un muro;
trema, forse nutre, acquieta i suoi uccellini:
speranze di vita, quando cala la sera.

III

Dal cielo, ora sgombro,
preludio alla notte,
muta una falce accesa.

Ecco, l’oscuro, inutile. Mi appresto, mesto,
alla porta del Tempio, entro mi genufletto.

Eleva una sacerdote l’Ostia…


A Pisa, Via S. Francesco, 26 settembre 1994



UN’EVIDENZA DI PENSIERI
Un’evidenza minuta
di pensieri controvoglia
che striscia d’ombre
la percezione involontaria
appartata in fibre,
strascichi, bave
della mente,
assottiglia
il candore dei sogni
invecchiati
dal cilicio dei giorni
addensa in nostalgia
le mille scie della memoria.

Schiocchi volubili
di speranze ad appagare
la dolcezza minuziosa
dei silenzi,
a carezzare magre
l’ammicco dei sortilegi
innervati dal cuore.
Risonanza leggera
di un tempo che appunta
la conta delle attese,
cela cullati brividi
di lacrime e rimpianti.



POTEVI DIRMELO
E la casa era lì,
in cima alla salita
di una terra che aspramente scollina.
Lo sguardo su vigne e ulivi,
la pelle grinzosa scurita
di sole e di scirocco.

Il tempo – m’insegnavi –
scava rughe, sgretola sassi
e lento poi t’annera
l’arcobaleno degli aneliti…..

Ma nel lecceto il fiato
del vento era immutato
e nel giardino
fra garbugli di siepi
e bruciore d’ortiche
s’erano schiusi i tuoi giacinti
color del mare.

…Potevi dirmelo
l’aprile di partenza,
nell’alito struggente di profumi,
che avresti portato l’azzurro
fissato dentro gli occhi,
anche l’istante dello schianto.

Potevi dirmelo.
Sai, madre, si sarebbe un poco
alleggerita questa pena.



IL MIO AUTUNNO
Il tramonto segna livide condanne,
mentre addensa ombre più cupe sulle rive.

Il vento sorprende nottole furtive,
oltre le canne

Dalla gora vorticosa,
giunge un monotono lamernto…

Improvviso,
un cinghiale ferito
lascia squarci di zanne.

Ascolta:
sui tronchi di betulla del nostro sentiero,
inesausto ed insistito,
scava larve in concerto,
un picchio nero.

…E proprio come questo viale
è la mia vita:
erratica, feroce, calpestata,
ordita di giornate inquiete,
di ossessioni,
che il temporale sfregia,
sfilacciando gli ultimi lembi
della morta estate.

Intanto, nelle forre profonde
si consuma il mio tempo straniero
e si rinnega il mio sogno
in fondo al pianto.

Come un pellegrino
cieco al proprio destino,
non potrò mai sapere
cosa sarò, se preda o bracconiere,
se presente oppure
passato.

IL CAMPO DEGLI IRIS
A volte un dolore muta
perché un’immagine d’impalpabile fattezza
immersa nel tempo che ci lasciamo dietro
appare,
inattesa,
a dare un senso ad un istante o a un giorno.

E’ una distesa viola
che oggi risale controcorrente il flusso.
E’ il campo degli iris
che ancora una volta sarà in fiore
là,
fra le pietre nella mia collina.

(Hanno memoria gli iris,
mai scordano di rivestire le nude trasparenze di maggio
con il viola del loro orgoglio).

M’è caro il loro ricordo
ora che la vita mi confina nell’immobile involucro del corpo,
un campo di stagioni tutte uguali
serrato
da spini dolenti e fibre rinsecchite.
Ricordo struggente
per quelle piegature di dolcezza
che il vento innamorato vellutava
e nitido
per quel tocco di colore che sfrangiava
i palpiti dell’erba in trame pure e vive.

Quando verrà la morte
so che mi confinerà fra quei bulbi cocciuti,
so che diverrò corpo di luce avviluppato
a quel cuore di rocce aspre e fiorite
e là
continuerò ad essere viva.


Mi son vestito da pagliaccio
Mi son vestito da pagliaccio, un cono
In testa e una grossa mela al naso,
ho ritagliato in due la luna bianca
e al sole ho regalato una risata,
ai piedi le babbucce di Selim
con gli alluci arricciati a semicerchio.
Mi son fatto due solchi di farina
dal labbro fino agli angoli degli occhi
e ho esposto il pianto dentro la vetrina.
Mi comprerà qualcuno tra i passanti,
un uomo rincasato per Natale
o un bimbo già più vecchio di sua madre.
Mi lascerò comprare, costo poco,
due strisce in croce una camicia a quadri
un paio di calzoni con le toppe
un rotolo di skotch e un po’ di colla.
E me ne andrò diviso in cento passi
lungo le strade dense e nei palazzi
m’istrionerò con l’ultima poesia.
Sono un pagliaccio telecomandato,
rido a richiesta e piango all’occasione
e tutti ci facciamo compagnia.
Domani all’alba la vetrina vuota
mi cercherà ma io sarò lontano
forse già chiuso in uno sgabuzzino
a garrire la mia parte di silenzio.



SENZA TITOLO
E nebbia mi farò
E il sentiero mio
Celerò agli occhi vostri,
perché mia è la terra
miei i sassi, mio il torrente
che disseta e annega
che da vita e morte.

E vento mi farò
Io che son fatta di pietra
E legno maturo,
m’alzerò in volo
e m’accenderò in mille
lucciole di maggio.

E pioggia mi farò
E affogherò in me
Il nulla che sono.


In pallida notte una tela fendendo
Scivola la notte Oltre le Apuane
sulla battigia sotto un’Ombra sbadiglia l’Alba
e
le Stelle – candele sul mare – sfidano il Sole
come me dubbiose sotto resti di vele

con spicchio di Cielo m’avvio con il Caso:
sono pinna alla deriva prua in altalena

grida la serranda
parlotta il marciapiede
scudiscio un motore

carta stagnola la Luna schermo una Nuvola

insito nella corrente
su barca con remi di carta alla Sorgente

costeggio il flusso dell’Arno

verso il Crepuscolo
scandito è l’ Istante
viaggiando Respiri
segnati dai tronchi scagliosi
dei platani ombrosi su Viale D’Annunzio

Sospiri -appena più lunghi –
se albero è morto un reso contorto
mozzato alla base sul ciglio

chiazza di Luce
viva sugli occhi è Assenza di foglia

aggrovigliata strada è il Ricordo
poi l’ Oltre

-la Sorgente la Luce l’Assenza –

In pallida Notte una tela fendendo



QUALCOSA CHE NON SAI
Dall’ombra e dal cuore
di quest’ora
trascorre e sfuma
qualcosa che non sai,
diresti una sillaba del tempo
in un respiro scolorito della vita,
la venatura intanata della mente
che brulica e annaspa
senza radici né sussulti,
annulla ogni memoria,
decanta l’inerzia d’istanti
in silenzi appassiti e disadorni,
strappa un’eco muta
al palpito spoglio dei pensieri,

Tra la nenia dei sogni
e il tramestio d’attese
a mezzo fiato
indugia evanescente
la scia delle chimere
come zampillo di carezze,
come tregua effimera ai ricordi
aspri
nei rintocchi dell’anima.



IO SENTO
Io nel mio cuore sento gli angeli che volano.
Si illumina il cielo, io sento tre nuvole
che fluttuando si posano nel mio cuore .
Tre colombe volano tranquille nell’aria
profumata della mia anima.


IO VORREI ……
Io vorrei essere un’aquila
per volare nell’alto del cielo
e respirare ossigeno puro.

Vorrei essere un orso polare
e vivere nell’era glaciale.

Vorrei essere la luce del sole
per illuminare la terra.


NELLA NOTTE

Nella notte il silenzio
avvolge pensieri cupi.
Ad un tratto
nel buio i tuoi occhi
nel silenzio la tua voce.

L’oscurità
brilla ora d’argento
e il silenzio
si riempie di parole: sono le tue
che arrivano fino a me
si confondono con le mie.

Le parole del silenzio
sono quelle che amo
le più belle: mi dicono
quello che non hai mai detto
quello soltanto che voglio sentire.

Sul mio corpo ferito
lagrime, gocce di sangue
si mescolano insieme, scivolano
sul mio cuore che brucia
e come fresca sorgente
lo ristorano.

Sono quasi felice.

Nell’alba che sta sorgendo
già s’intravedono i contorni delle cose
nella foschìa dell’imminente mattino
i tuoi occhi
le tue parole
si dissolvono; con lei sfumano in alto
sempre più lontano.

L’attimo di felicità
si perde nel cielo, di nuovo
la tristezza mi è compagna.

Ma la notte
tornerà: ancora
nel buio vedrò i tuoi occhi
e il silenzio avrà la tua voce.
ADA MARIANI


ANGELI
Esistono
Gli angeli
E guardano il mondo
Con i nostri occhi

E toccano
Con le nostre mani

E piangono
Lacrime di gioia
Per la solitudine
Vinta

E dalle loro mani
Infinite carezze
E sai
Che per sempre
Ti cercheranno

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